Notte

Bisogna scrivere in punta di dita, ma con molta volontà e consapevolezza. Bisogna impegnarsi per tenere tutto in bocca, chiuso nella palude dei pensieri e nel loro groviglio insanguinato. Una pioggia freddissima mi ha sconvolta, sconcentrata. Con la puzza della lana bagnata nelle narici, il vapore ghiacciato, il fumo di sigaretta e l’odore della notte quando in giro ci sono solo le luci fatue dell’inverno che inghiotte. È un limbo azzurrino, ovattato e molesto. Nessun cielo stellato all’orizzonte, solo gradini di pietra ghiacciata; mi ricordo poco nitidamente una finta insonnia, brividi di freddo, oppure brividi e basta. Un occhio chiuso uno aperto mentre fuori sempre notte, notte buia sempre più notte. Da non ricordarsi più niente, il mattino dopo, dopo che il sonno mi ha avvolta come una bolla sintetica e soffocata senza che me ne accorgessi. Entrava un po’ di luce, ma io stavo nascosta. Perché lì bisogna stare, nella penombra, un passo dopo l’altro velocissima e indecisa, posseduta da una smania velenosa.
Chissà cosa si pensa certe volte, di superare indenni i turbamenti. Di ignorarli, schiacciarli con il tacco delle scarpe e lasciarli lì a marcire. Arrivano che neanche te ne accorgi, molto veloci e molto vigliacchi, nel bel mezzo della notte. Arrivano e ti rapiscono, si impossessano dell’ordinario evolversi delle cose, della vita. Della normalità. Hanno la presunzione untuosa dell’inaspettato, del non voluto. Piccole ingenuità transitorie. Violente, ma transitorie. Per trovare la soluzione ci vogliono polmoni importanti e gambe solide. Senza un dove sei, senza un cosa fai. Solo fermezza. E attesa. Come quando gli aerei si allontanano nella notte piena di stelle e si confondono tra i pianeti, oppure come una nave che va, sempre più lontana, sempre più piccola e irrilevante. Va e poi non torna, si disperde anche il fumo e lei diventa solo una macchia di colore confusa e innocua persa nell’infinito.

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