pizze in quarantena

Pizze in quarantena

Come va la quarantena? Arrivo a chiederlo quasi allo scadere dei quaranta giorni, che però, nel frattempo, sono diventati sessanta. Oggi c’è un vento assassino, di quelli che si infilano nel mal di testa. È un giorno di malumori, un ennesimo giorno di malumori.

Ginnie Hsu — A Piece of Norway
Ginnie Hsu — A Piece of Norway

Dovessi riassumere questo periodo fino ad ora, direi che è stato un’altalena. All’inizio non sono stata presa dallo sconforto più di un tanto. Giusto il tempo di adattarsi, di capire, anche se poi mi rendo conto che non ho davvero capito nemmeno ora. D’altronde capire cosa? Che ci troviamo in un romanzo distopico. E allora, più che da capire, c’è da accettare. Forse, ancora di più, c’è quello che sto tentando in tutti i modi di fare: vivere alla giornata.

VESTIRSI-PER-USCIRE

Una sospensione del genere non l’avevo mai sperimentata, come credo nessuno di voi che leggete. E allora ogni giorno è stato fino ad ora un alternarsi di riti e routine. Quelli che fino a poco più di un mese fa erano gesti normali, sono diventati dei riti. Hanno assunto l’aura dorata dell’eccezione: andare a comprare il pane, uscire a buttare l’immondizia, portare fuori il cane. Per un po’ è successo che questi momenti siano diventati il perno intorno al quale far girare la giornata intera: vestirsi-per-uscire. L’ho fatto fino a un certo punto. In tuta sto bene, in casa sto bene. Anni di lavoro da freelance mi hanno forgiata all’abitudine domestica: la claustrofobia non mi ha colta.

Le malinconie però sì, eccome. Ora che scrivo, ad esempio, sono in un vortice di tristezza che mi attanaglia da qualche giorno. Non è tanto lo stare in casa, è il non potere. È un non potere pressoché assoluto, ma anche relativo e quando ci penso mi sento una stronza. Perché non sono sola e non mi sono ammalata, non sono finita in ospedale, non ho subito quella sofferenza intrecciata di condanna e solitudine che è contrarre il virus. Ma l’aria manca lo stesso. È figurato, ovviamente. Ho anche il giardino, di cosa mi lamento? Eppure.

img by Macaila Britton
img by Macaila Britton

Senza tirare in ballo i massimi sistemi, l’incertezza lavorativa, economica, morale e sociale, si soffre lo stesso. Perché è faticoso essere in balia del non sapere e non avere nessuno, ma proprio nessuno in grado di dare una speranza o una consolazione. Questa pandemia è democratica: brancoliamo tutti nella medesima, melmosa incertezza. E nel frattempo facciamo sogni grandi e nostalgici perché fuori è una primavera di quelle esplosive e brillanti, da scappare nei week end a godersi, finalmente, i primi pranzi in riva al mare o le passeggiate a maniche corte. Invece la guardiamo come da uno schermo e quasi quasi speriamo che ritorni l’inverno, non l’estate: non possiamo guardarla, quella è da vivere per forza. Cosa ne sarà della sabbia incollata tra le dita, del doposole profumato di cocco e dell’afa serale tutta zanzare e stelle? Forse non lo voglio sapere.

E ALLORA COSA SUCCEDE?

I come stai ormai sono più annoiati, i disegni con gli arcobaleni sono sbiaditi: anche i bambini si sono stufati, forse, di farsi portatori di una speranza che non si realizza mai. E allora, cosa succede? E chi lo sa. Succede che abbiamo tutti tantissimo da dire, almeno all’apparenza, che ci sono talmente tante storie tra le quattro mura che mi si stringe il cuore a pensarci (guardate questo mini documentario a cura di Nicola Gennari, a proposito). Succede che l’ansia dilaga e si insinua, così come l’intolleranza verso il prossimo e quella sarebbe meglio che restasse invece al suo posto. Succede che non si canta più alla finestra, ma che si continua a fare ginnastica in diretta su instagram e a cucinare la pizza, nostro orgoglio italiano che si è fatto simbolo culinario di questo attimo infinitamente dilatato.

pizze in quarantena

Io di giorno lavoro nel buio del mio studio e durante le pause vado in giardino a contemplare il glicine, che ogni giorno è sempre più gonfio, viola e fiero. Sto sviluppando il pollice verde. Leggo alla velocità di una lumaca. Di notte faccio gli incubi, ma a volte immagino racconti da scrivere, peccato che al mattino li abbia già dimenticati. Un po’ piango. Guardo video di Alexa Chung su Youtube e penso a quando tornerò a Londra. Immagino viaggi, mi do della stupida per tutte le cose che in passato ho rimandato; di certo ne uscirò meno propensa alla procrastinazione, se c’è una cosa che sto imparando è che l’attimo è da cogliere, anzi, da abbracciare, senza alcun centimetro di distanza. E poi ho guardato Unorthodox su Netflix e mi ha commosso per tutte le possibilità che spalanca: si può rinascere, soffrendo e disobbedendo, ma non importa. D’altronde, per citare il mio libro preferito: “conta solo quel che ancora può essere”.

L’immagine di copertina è di Aurelien Lemasso e viene da Unsplash. Perché io la pizza in quarantena non l’ho fatta.

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